LA PAURA DI RELAZIONARSI.
La fobia sociale è caratterizzata da un’ansia e da una timidezza che impediscono una normale vita di relazione. Si manifesta solitamente entro i venticinque anni, rendendosi evidente soprattutto durante l’età adolescenziale.
Non sempre tale forma di timidezza deve essere curata. Se una persona, benché timida, vive bene e ha una vita di relazione soddisfacente, non ha bisogno di cure. Esse sono però necessarie a coloro che conducono una esistenza resa difficile o impossibile da questa forma di timidezza eccessiva.
Le persone che soffrono di fobia sociale appaiono spesso disattente e disorientate. Essendo molto concentrate sul giudizio che gli altri possono avere di loro, non riescono a portare a termine con serenità i lavori o le occupazioni che devono svolgere. Questa malattia ha sicuramente una base ereditaria: i figli di genitori affetti da tale disturbo possono svilupparlo con maggiore facilità rispetto agli altri.
Per curarla vi sono terapie farmacologiche e psicologiche, per ottenere risultati migliori bisognerebbe associarle. I farmaci più adatti per superare questa spiacevole condizione sono essenzialmente due: gli antidepressivi chiamati inibitori della ricaptazione della serotonina e i farmaci inibitori della noradrenalina. Questi forniscono al cervello una maggiore disponibilità di serotonina oppure di noradrenalina, cioè le sostanze che regolano la nostra emotività . Riportare a livelli corretti i loro valori aiuta a sentirsi più sicuri, meno timorosi. Tuttavia, tali farmaci non possono essere somministrati insieme e sarà lo specialista, secondo le condizioni del paziente, a decidere quale sia più indicato e a quale dosaggio. Si tratta di farmaci da prendere per via orale, quotidianamente. Poi vi sono altre possibilità terapeutiche. Quando la fobia sociale è limitata a poche situazioni, come per esempio la difficoltà di esprimersi dinanzi a una folta platea, si può prescrivere un farmaco betabloccante da assumere in forma preventivain quella occasione. Questo serve a rallentare il ritmo cardiaco e, quindi, a evitare tachicardie e palpitazioni. Più importante, però, è sommare ai farmaci un ciclo di psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale. Grazie a questa terapia, che di norma dura circa sei mesi con sedute settimanali di un’ora, si impara a gestire le situazioni che possono creare forte disagio ai pazienti.
Ci sono ottime possibilità che, nel giro di un anno di terapia farmacologica associata alla psicoterapia, il disturbo si risolva. Ovviamente, molto dipende dalla sua gravità e dalla collaborazione del paziente nel seguire puntualmente le cure. A volte si possono allungare i tempi della cura o anche riprenderla, se c’è una ricaduta. Ma è garantito che, con le opportune terapie, la vita migliora in maniera sostanziale.
Raffaella Calemme
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